Intelligenza artificiale: Il test di Turing

Intelligenza artificiale: Il test di Turing

Introduzione all’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale abbreviata con IA nasce, nel 1956, con l’idea che ogni aspetto dell’apprendimento o una qualsiasi altra caratteristica dell’intelligenza possano essere descritte così precisamente da poter costruire una macchina che le simuli. Nel periodo di “gestazione” di questa disciplina ricoprì un ruolo fondamentale l’articolo pubblicato nel 1950 da Alan Mathison Turing, pietra miliare dell’IA stessa con il Test di Turing. In questo articolo, infatti, egli introdusse il noto test (che prese poi il suo nome), il concetto di apprendimento automatico, gli algoritmi genetici e l’apprendimento per rinforzo; oltre a fornirci riflessioni e argomenti di discussione su intelligenza e coscienza, tuttora validi. Le diverse visioni della mente all’interno della più generale filosofia della mente possono essere ritenute le cause che hanno portato alla suddivisione dell’intelligenza artificiale stessa in due filoni: IA forte e IA debole.

Il test di Turing

“Can machines thinks?”

“Possono pensare le macchine?”, è questa la domanda che pone all’attenzione Alan Turing nel suo articolo Computing machinery and intelligence del 1950 pubblicato sulla Rivista Mind. Una domand a cui è difficile dare una risposta, se non si è prima definito il significato dei termini macchina e pensare. E’ questo il motivo che portò Turing ad ideare un esperimento concettuale, per stabilire se una macchina sia, o meno, in grado di pensare. Il test di Turing è una variazione del “gioco dell’imitazione”. Nella versione originale del gioco i partecipanti sono tre: un uomo A, una donna B e un esaminatore C. L’esaminatore C, che può essere uomo o donna indi?erentemente, si trova in una stanza separata dagli altri partecipanti. Lo scopo del gioco per l’esaminatore è quello di determinare quale degli altri due partecipanti è l’uomo e quale la donna. Egli conosce i partecipanti con due etichette X e Y e alla fine del gioco darà la soluzione “X è A e Y è B” o la soluzione “X è B e Y è A”. Lo scopo di A è quello di ingannare C e fare in modo che dia una identificazione sbagliata. B ha, invece, il compito di aiutare l’esaminatore. Per determinare la risposta l’esaminatore si può basare solo su una serie di domande poste ad A e B. Per non far sì che il tono di voce o la scrittura possano influenzare l’esaminatore, le risposte possono essere battute a macchina, o, in alternativa, si potrebbe mettere in comunicazione le due stanza tramite una telescrivente. Un’altra opportunità
è quella di far ripetere domande e risposte da un intermediario. A questo punto Turing immagina di sostituire ad A una macchina e pone una domanda: “L’interrogante darà una risposta errata altrettanto spesso di quando il gioco viene giocato tra un uomo e una donna?”. Quest’ultima domanda quindi sostituisce la domanda originale: “Possono pensare le macchine?”.L’ultima versione del gioco dell’imitazione proposta da Turing ha il pregio di fornire una soddisfacente definizione operativa di intelligenza senza fare alcun riferimento ai termini macchina e pensare, così facendo si evitano le difficoltà riguardanti il significato di queste parole. L’utilità di questo esperimento non sta tanto nella risposta che può fornirci, “quanto alla possibilità che esso o?re di analizzare concetti come mente, pensiero e intelligenza.

Intelligenza artificiale - Il test di Turing
Intelligenza artificiale – Il test di Turing

Obiezioni al test di Turing

Turing credeva che entro la fine dello scorso secolo sarebbe stato possibile programmare calcolatori, con una capacità di memorizzazione di circa 109, in modo tale che potessero giocare così bene il gioco dell’imitazione che un esaminatore medio non avrebbe avuto più del 70% di probabilità di compiere l’identificazione corretta, dopo 5 minuti di interrogazione. Inoltre, sosteneva che entro 50 anni sarebbe talmente mutato l’uso delle parole, macchina e pensare, e l’opinione a esse associata, che chiunque avrebbe potuto parlare di macchine pensanti senza il pericolo di essere contraddetto. Sempre secondo Turing, “Il pensare è una funzione dell’anima immortale dell’uomo. Dio ha dato un’anima immortale ad ogni uomo e donna, ma non agli altri animali o alle macchine. Perciò nessun animale o macchina può pensare.”[Turing, 1950].
Secondo questa visione dualistica, sviluppata principalmente da Cartesio (15961650), vi sarebbe una netta separazione tra anima e corpo. Il pensiero, che risiede nell’anima, sarebbe quindi prerogativa dell’uomo e non degli esseri
inanimati e degli animali. Questo si può considerare come una limitazione dell’onnipotenza di Dio. Ma ciò, secondo Turing, non escluderebbe la possibilità della “donazione” di un’anima anche ad un elefante, se questo dimostrasse di avere un cervello abbastanza sviluppato. Quindi sarebbe a discrezione di Dio concedere, o meno, il dono del pensiero anche ad una macchina che dimostrasse tali caratteristiche. Tuttavia, Turing rifiuta ogni obiezione teologica, affermando che esse risultano prive di importanza e poco utili ai fini della determinazione della risposta alla domanda principale, da lui avanzata.

Il test di Turing totale

Il test di Turing “classico” descritto precedentemente evita deliberatamente l’interazione diretta tra l’esaminatore e il computer, non essendo richiesta la simulazione fisica di una persona umana. Tuttavia, esiste in letteratura un test di Turing totale che include la presenza di un segnale video, per consentire all’esaminatore di verificare le capacità percettive dell’individuo, e prevede la possibilità di scambio di oggetti fisici attraverso una finestrella. A questo punto per poter superare il test di Turing totale la macchina dovrà essere dotata di visione artificiale, per la percezione dell’ambiente e degli oggetti, e qualche applicazione della robotica, per la manipolazione degli oggetti e lo spostamento.

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